Sosteniamo i cristiani che soffrono nel Libano ferito

Sosteniamo i cristiani che soffrono nel Libano ferito

Un ponte di carità per fermare l’esodo dei cristiani dal Paese al collasso per l’esplosione al porto, la pandemia e la crisi economica. La proposta della Fondazione Giovanni Paolo II con “Avvenire”

Una ragazza cattolica con un pacco di aiuti per le famiglie del Libano (foto Fondazione Giovanni Paolo II)
Giacomo Gambassi, domenica 3 gennaio 2021

Era un negozio del mercato coperto a Rmeil, uno dei quartieri di Beirut più colpiti dall’esplosione del 4 agosto al porto. Ancora, muovendosi per le vie dell’agglomerato, si vedono i segni della tragedia che nella capitale del Libano ha causato 200 vittime e 300mila sfollati: case danneggiate, cumuli di detriti, palazzi sventrati. Anche il mercato è stato distrutto e poi abbandonato. Eppure in quell’ex punto vendita, che si presenta con tre grandi vetrine, qualcosa si muove. Da settimane un gruppo di ragazzi è al lavoro nonostante la pandemia. Mascherine sul volto, hanno in mano pennelli o cacciaviti, martelli o scatoloni. E ripetono: «La rinascita è possibile…».

Sono i giovani del vicariato apostolico di Beirut che riunisce i cattolici di rito latino. Impegnati a trasformare una bottega, destinata forse a restare vuota, in un “laboratorio di speranza” che, seppur nel suo piccolo, possa contribuire a fermare l’esodo dei libanesi dal Paese. Compresi i cristiani, uno dei pilastri del modello di convivenza che aveva fatto del Libano una scuola di riconciliazione (e di equilibrio) fra le fedi e le culture in Medio Oriente. Adesso si fugge. Per l’emergenza economica che, con l’inflazione galoppante, ha messo ginocchio la nazione e ha fatto impennare la povertà. Per la crisi politica che appare senza sbocchi nonostante le rivolte popolari che hanno alimentato illusioni naufragate nel nulla. Per il coronavirus che sta colpendo in maniera drammatica («Un tampone costa quanto uno stipendio», dicono i ragazzi). E per i postumi dell’esplosione che ha seminato morte e devastazione in tutta la capitale.

I giovani cattolici di rito latino in Libano impegnati nella costruzione del centro di comunità a Beirut che aiuterà le famiglie cattoliche (Fondazione Giovanni Paolo II)

«È il nostro auspicio», ribadiscono i giovani in prima linea. L’idea è partita proprio da loro che, subito dopo la catastrofe della scorsa estate, sono scesi in strada per soccorrere la gente o rimuovere le macerie, hanno bussato alle porte delle famiglie per aiutarle e rispondere alle prime urgenze, si sono ingegnati per trovare un tetto a coloro che avevano la casa rasa al suolo, hanno ascoltato i drammi psicologici di anziani rimasti soli o di chi, ad esempio, non riusciva più a dormire per la paura. «Un disastro che ha aumentato in modo esponenziale le difficoltà, soprattutto fra gli abitanti intorno al porto».

Come quelli di Rmeil e delle zone vicine: 20mila residenti in tutto, di cui 6mila cattolici di rito romano che sono l’anima delle parrocchie dell’area. Il 60% è formato da anziani, il 15% da giovani e il 10% da bambini. A tutti loro guarderà il nuovo centro che «si propone di essere un riferimento per almeno 300 famiglie cattoliche in difficoltà, pari a circa mille persone», afferma il direttore della Fondazione Giovanni Paolo II, Angiolo Rossi. I lavori sono partiti. «Ma non riusciamo a coprire i costi», fa sapere il vicario apostolico, il vescovo Cesar Essayan. La struttura sarà polivalente. «Accoglierà una mensa che potrà fornire fino a 800 pasti al giorno ma anche una sorta di emporio solidale dove le famiglie potranno ritirare il loro “pacco viveri” insieme a mascherine e gel igienizzante», sottolinea Rossi.

Il vescovo Essayan, vicario apostolico di Beirut, mentre visita una famiglia libanese in difficoltà (Fondazione Giovanni Paolo II)

Poi ci sarà il “punto salute” che coinvolgerà medici e psicologi e che intende «supportare anche chi ha subito traumi in seguito all’esplosione». Un’attenzione particolare verrà riservata agli studenti perché, chiarisce Giovannetti, «sono molte le famiglie che per la crisi economica fanno fatica a mandare i figli a scuola». Da qui la proposta di offrire borse di studio, lezioni o ripetizione gratuite ma anche libri di testo. «Il Papa – conclude il vescovo – ci richiama alla fraternità. Che non può avere confini e che necessita di essere declinata nel quotidiano anche con gesti di solidarietà concreta».

“Avvenire” in campo per la raccolta fondi. Ecco come contribuire

Si chiama Crossing together (“Andiamo oltre insieme”) il progetto sostenuto dalla Fondazione Giovanni Paolo II, insieme con “Avvenire”, per aiutare il Libano e in particolare i cristiani dopo l’esplosione di agosto che ha devastato Beirut. Una tragedia che si è aggiunta alla pandemia e alla crisi economica. L’iniziativa è nata grazie ai giovani del vicariato apostolico, che raccoglie i cattolici di rito latino, e prevede la costruzione di un centro di comunità nel quartiere Rmeil, il più colpito dall’esplosione, che sarà un riferimento per 300 famiglie.

I lettori di “Avvenire” possono contribuire attraverso:
– bonifico bancario utilizzando l’Iban IT22V03111054580000 00091642
– bonifico postale o postagiro utilizzando l’Iban IT11V07601141000000 95695854
– bollettino su conto corrente postale n.95695854
– carta di credito o Paypal sul sito www.fondazionegiovannipaolo.org
Intestazione: Fondazione Giovanni Paolo II – via Roma, 3 52015 Pratovecchio Stia (AR). Causale: “Natale con Beirut” inserendo anche il proprio indirizzo nel campo causale.

Queste alcune proposte di aiuto con una donazione:
– 25 euro per offrire gel igienizzanti, mascherine e una scorta di cibo a una famiglia in difficoltà
– 50 euro per dare la possibilità a una persona bisognosa di mangiare alla mensa per 15 giorni
– 100 euro per contribuire all’acquisto di libri e materiale didattico per i bambini di Beirut
– 200 euro per aiutare i bambini a superare il trauma dell’esplosione grazie agli psicologi

La Fondazione Giovanni Paolo II: la Toscana abbraccia il Medio Oriente

«Il Libano è qualcosa di più di un Paese: è un messaggio di libertà e un esempio di pluralismo per l’Oriente come per l’Occidente». L’intuizione di papa Wojtyla che risale alla fine degli anni ’80 guida l’impegno della Fondazione Giovanni Paolo II che porta il nome del Pontefice santo e che è nata grazie alle diocesi della Toscana. Numerosi i progetti che la onlus ha realizzato nel Paese dei cedri, alcuni anche con la Cei. Assieme al segretariato sociale del vicariato apostolico di Beirut, è stato avviato un percorso di sostegno alle famiglie cristiane di Beirut in forte disagio socio-economico che prevede anche il coordinamento dei 278 istituti di educazione e dei 59 istituti di beneficenza presenti nel territorio. Poi la Fondazione è in prima linea nell’aiuto ai profughi siriani rifugiatisi in Libano per la guerra: dal bus mobile per il supporto psicologico ed educativo ai bambini nei campi profughi alla distribuzione di kit alimentari e di beni di prima necessità per le famiglie irachene rifugiate.

Avvenire.it (3 Gennaio 2021)

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